BUSINESS CACCIA


Puntata del 2 Ottobre 2014

Caccia sì, caccia no. Potremmo dedicare ore ed ore all’argomento, illustrando da una parte le ragioni scientifiche o pseudo tali dei sostenitori della caccia – che tirano in ballo la salvaguardia e la conservazione di alcune specie e dunque dell’equilibrio ambientale – dall’altra quelle di chi la caccia la abolirebbe (animalisti e non solo) giudicandola un rito barbaro, una lotta impari, una vera e propria “guerra contro la natura”. Il tutto in nome di un “hobby” o, se si preferisce, del divertimento di pochi. Oggi vogliamo però riflettere sul fatto che la caccia è anche un business. Il business delle armi e della vendita della selvaggina, e, perché no, il business del voto di scambio politico.

Secondo gli ultimi dati disponibili (dati Istat e Federcaccia elaborati dalla Coldiretti) in Italia il numero dei cacciatori registra un andamento decrescente essendo passati da 1.701.853 nel 1980 (3% dell’allora popolazione italiana) a 751.876 nel 2007 (1,2% dell’attuale popolazione italiana) – dati ancora più aggiornati contano, oggi, 600 mila cacciatori autorizzati – con una drastica riduzione del 55,8% (57,9% in rapporto alla popolazione italiana). Attualmente, la maggior parte dei cacciatori ha un’età compresa tra i 65 e i 78 anni, e l’età media è in aumento. Risiedono  soprattutto in Toscana ( 110 mila), in Lombardia (100 mila) e in Emilia Romagna (70 mila), ma anche in Piemonte (40 mila), Veneto (46 mila), Lazio (55 mila), Campania (45 mila), Sardegna (46 mila) e Umbria (40 mila). Secondo i dati di Federcaccia e Federassicurazioni, basati cioè sulle segnalazioni inviate dai cacciatori stessi alle assicurazioni nel triennio 2010-2012, i cacciatori, oltre ad ammazzarsi e ferirsi fra di loro, uccidono 7.500 cani da caccia scambiandoli per lepri o fagiani, ne feriscono 6.000 e causano danni a cose o persone in ulteriori 2.500 casi. Non si contano ovviamente le altre vittime di questo “sport”, tutti animali più o meno leciti.
Con un giro d’affari che si aggira sui tre miliardi l’anno, di cui 200 milioni nella nostra regione, e con un indotto di 43.000 addetti, che, se si aggiunge anche il settore delle armi e affini, arriva a 95.000, parliamo cioè di mezzo punto percentuale di Pil nazionale. C’è da dire che la Provincia spende anche soldi per il ripopolamento della fauna e il controllo delle aree venatorie: 2.6 milioni nel 2013 e la previsione di 4milioni di euro per il prossimo anno, soldi che provengono dalle tasse anche dei contrari alla caccia. E’ vero che i cacciatori pagano una tassa di 32 euro alla Provincia e173 euro allo Stato che moltiplicata per il numero di cacciatori fa entrare nelle casse della Stato oltre 8.5 milioni di euro, e in quelle della provincia 1.7 milioni, ma è lecito domandarsi dove e a chi vanno questi fondi. Uno dei motivi per cui non si smetterà mai di cacciare forse risiede proprio nel grande giro di soldi che proviene dalla caccia, con molte aziende made in italy che fanno da traino nel settore delle armi e dell’abbigliamento a livello mondiale. Abbiamo affrontato l’argomento con il Prof. Carlo Consiglio, fondatore e Presidente Onorario della LAC Lega Abolizione Caccia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *