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Carboidrati in ciotole sì o no?

Carboidrati in ciotole sì o no? 9 Luglio 2019Leave a comment

È una delle domande che più spesso ci si pone riguardo l’alimentazione dei cani. Che il gatto sia un carnivoro doc, infatti, è cosa ben nota, ma Fido invece? Spieghiamo allora cosa sono i carboidrati, come si suddividono e in che misura possono essere aggiunti alla ciotola del nostro migliore amico.
L’uso o meno dei carboidrati è uno degli argomenti più discussi dal popolo del web riguardo l’alimentazione dei cani (perché, a dire il vero, per i gatti non dovrebbe nemmeno esistere discussione in merito). Gironzolando tra i vari siti web si trovano informazioni molto contrastanti e fuorvianti, a partire dal fatto che il cane, essendo un carnivoro, non sappia digerire gli amidi, passando per la presunta pericolosità dell’uso dei cereali nelle diete, arrivando addirittura a informazioni riguardanti la necessità assoluta di inserire fonti di carboidrati nella dieta. Non è difficile immaginare come un utente medio si possa sentire spaesato in questo mare di input contrastanti.
Il primo passo, dunque, per fare un pochino di chiarezza, a mio avviso, è definire la terminologia corretta.

Cosa sono i carboidrati?

I carboidrati sono molecole complesse formate da una catena di carbonio, idrogeno e ossigeno. La lunghezza di questa catena e la disposizione delle molecole di ossigeno e idrogeno fanno sì che non tutti i carboidrati siano uguali. Essi si dividono, infatti, in diverse categorie, ovvero monosaccaridi, oligosaccaridi e polisaccaridi. Sono per lo più di sintesi vegetale e hanno una rilevanza nutrizionale per la loro capacità di fornire glucosio e come prebiotici. Inoltre, ad essi è attribuito anche il ruolo di molecole informazionali al pari di proteine e acidi nucleici, poiché sono coinvolti in diversi aspetti biologici, formando delle strutture complesse che servono da “parole in codice” nel linguaggio molecolare della vita.

I monosaccaridi

I monosaccaridi sono sostanze cristalline, di color bianco, caratterizzate in generale dal sapore dolce, facilmente solubili in acqua, insolubili in solventi organici. I principali monosaccaridi di interesse in campo animale sono l’arabinosio, contenuto nelle pectine, e il ribosio, che entra nella composizione dell’RNA e dei coenzimi nucleotidici. Il fruttosio si trova per lo più nella frutta e nel miele, ma anche nell’inulina, un prebiotico importante per la flora batterica. Ultimo, ma non meno importante, è il glucosio, il monosaccaride più rappresentato nel regno animale e vegetale, dove si ritrova come tale o come oligo o polisaccaride. Viene sintetizzato dalle piante verdi e accumulato come amido, e poi trasformato in cellulosa o legato a molecole complesse.

Gli oligosaccaridi

Gli oligosaccaridi sono formati da molecole glucidiche che possono essere da 2 a 10. Tra quelli di interesse animale il principale è il lattosio, che peraltro è unico ad essere di origine animale; si trova nel latte ed è formato da galattosio e glucosio (monosaccaridi) e viene idrolizzato dall’enzima lattasi che in certi soggetti è deficitario. Fermentandolo si producono yogurt e kefir. Altro disaccaride è il saccarosio, che si trova principalmente nelle piante fotosintetizzanti, dove rappresenta una delle fonti di riserva. Nei carnivori non è di interesse nutrizionale, essendo la quota di verdura, nella dieta, cosi bassa da apportare più fibre (che adesso vedremo) che saccarosio.

I polisaccaridi

I polisaccaridi sono i carboidrati più rappresentati in natura, in particolare nei vegetali dove svolgono funzioni di riserva, sostegno e protezione. Sono formati dall’unione di numerose molecole di monosaccaridi. Sono poco solubili o insolubili in acqua, privi di sapore dolce, vengono scissi nei corrispettivi oligo e monosaccaridi per azione di acidi ed enzimi specifici e possono essere classificati in omopolisaccaridi, se sono composti da un solo tipo di monosaccaride, oppure eteropolisaccaridi, se sono composti da più tipi di monosaccaridi. Il più interessante, nel nostro caso, è l’amido, che costituisce la riserva energetica delle piante fotosintetiche. Immagazzinato nei semi, nei tuberi e nelle radici, è in diverse forme e dimensioni in base alle caratteristiche vegetali. È un polimero del glucosio costituito da due forme diverse: l’amilosio e l’amilopectina. L’amido viene idrolizzato dall’α-amilasi, che nel caso dei carnivori opportunisti è prodotta dal pancreas. Il glicogeno, poi, è il polisaccaride di riserva del tessuto animale. È un polimero del glucosio, con struttura simile all’amilopectina. Viene depositato in fegato e muscoli. La quantità di glicogeno contenuto negli alimenti è irrilevante, poiché durante il post mortem viene rapidamente idrolizzato liberando singole molecole di glucosio che vengono poi ossidate in acido lattico. Ultimo polisaccaride di interesse è la cellulosa. Si tratta di un polisaccaride vegetale di sostegno, polimero di un glucosio un po’ diverso rispetto ai primi due. I carnivori non possiedono l’enzima deputato all’idrolisi dei legami di questo glucosio, quindi non è un alimento nel vero senso della parola, ma aiuta la peristalsi. Oltre alla cellulosa, i vegetali contengono altri polisaccaridi, come le pectine che fanno da prebiotico per la flora intestinale.

Apporti calorici

Adesso che abbiamo capito la differenza sostanziale tra le diverse categorie, sappiamo anche che quando parliamo di carboidrati nella dieta di un carnivoro, e parliamo di apporti calorici, ci riferiamo solo a quelli che contengono amido. Tuberi, cereali e non cereali sono gli alimenti che contengono maggiormente amido. Non tutti i soggetti tollerano bene questa categoria di alimenti, alcuni ne tollerano solo un tipo particolare. La non tolleranza la maggior parte delle volte è soggettiva, pertanto non ha un reale fondamento scientifico definire inutili o addirittura pericolosi i carboidrati per i cani, adducendo come spiegazione che essendo dei carnivori non ne hanno bisogno.
Il cane è un carnivoro opportunista, ovvero fa parte di una categoria di animali in grado di adattarsi durante l’evoluzione a un nuovo stile di vita e alimentazione. Nello specifico il cane, vivendo fianco a fianco con l’uomo ed essendo stato da esso volontariamente selezionato, tra le altre cose ha aumentato la propria capacità di digerire e utilizzare i carboidrati, non solo per aumentare la propria massa grassa. Questo sicuramente non significa che i cani si devono nutrire di carboidrati e nemmeno che debbano essere in quantità superiore alle fonti di origine animale, ma se necessario vanno utilizzati in quantità idonee al soggetto.
Non è difficile da comprendere e la fisiologia ci dà una mano. La digestione degli alimenti ingeriti con la dieta avviene prevalentemente nell’intestino tenue attraverso la presenza di tre succhi, pancreatico, biliare ed enterico. Il pancreas, in particolare, è una ghiandola speciale, è infatti definita mista poiché ha un’attività esocrina e una endocrina. La parte esocrina produce un succo trasparente costituito da acqua, enzimi ed elettroliti. La parte endocrina produce due ormoni, insulina e glucagone. Due funzioni che riguardano proprio i nostri amici carboidrati, direttamente e indirettamente.
Uno degli enzimi contenuti nel succo è l’α-amilasi, un enzima glicolitico che agisce sull’amido scindendolo in composti più semplici fino ad uno zucchero definito maltosio. Il pancreas dei cani è in grado di produrre molta più amilasi pancreatica del lupo, suo lontano parente, e del gatto, ipercarnivoro domestico, che non sopporta proprio l’uso dei carboidrati nella sua dieta.

La glicemia

La digestione di alimenti composti prevalentemente da glucosio modifica il livello dello stesso nel sangue. La glicemia indica la concentrazione del glucosio nel sangue, che subisce fisiologicamente delle variazioni, ma che deve essere mantenuta comunque entro dei valori limite, 80-120 mg/d. Mantenere questo equilibrio è la risultante tra immissione ed efflusso del glucosio nel sangue. L’intestino immette nel sangue il glucosio proveniente dall’assorbimento dei carboidrati nella dieta, dove l’amilasi ci ha aiutato. Il glucosio alimentare in parte è distribuito ai tessuti e in parte accumulato come glicogeno. Lontano dai pasti, all’efflusso di glucosio dal sangue ai tessuti corrisponde una simultanea immissione da parte dei tessuti capaci di accumularlo come glicogeno e di rilasciarlo in circolo: intestino, fegato e rene sono i tessuti deputati. Insulina e glucagone sono gli ormoni deputati a questa oscillazione. L’insulina è colei che induce la diminuzione di glicemia, incrementando il trasporto del glucosio nelle cellule del muscolo e del tessuto adiposo e stimolando nel fegato la glicogenosintesi e inibendovi la gluconeogenesi. Il glucagone, invece, induce un innalzamento della glicemia. Una delle patologie più conosciute è il diabete mellito, indotto da una carenza relativa o assoluta di insulina. Con l’alimentazione dobbiamo cercare di non incrementare esageratamente la glicemia, anche in soggetti sani. La scelta quindi di fonti di amidi a indice glicemico basso è l’ideale in quei soggetti che prevedono l’uso di carboidrati nella dieta.
L’indice glicemico di un alimento indica la velocità con cui aumenta la glicemia in seguito all’assunzione di un quantitativo standard dell’alimento stesso. Patate e riso bianco hanno lo stesso indice glicemico, mentre il farro lo ha più basso, il riso basmati più basso del farro e così via. Ovviamene la scelta del carboidrato non deve tener conto solo ed esclusivamente di questo parametro, ma sicuramente va valutato.

Conclusioni

Dopo tutto possiamo quindi concludere che erroneamente vengono definiti apportatori di carboidrati alimenti come frutta e verdura, che, sebbene siano composti di un certo tipo di carboidrati, non modificano la produzione enzimatica pancreatica e, quindi, hanno solo effetto sul benessere dell’intestino. Definiamo carboidrati quegli alimenti che apportano amido nella dieta e quindi kcal. I cani possiedono la capacità di digerire e utilizzare le giuste dosi di carboidrati, ma la scelta delle materie prime è fondamentale.
Come sempre, quindi, mantenere un certo equilibrio e pesare correttamente quelle che sono le informazioni scientificamente provate a nostra disposizione ci aiuta nel cercare di migliorare il benessere animale dei nostri amici cani.

Di Nicoletta Pizzutti, Tecnico nutrizionista e del benessere animale PhD
@riproduzione riservata

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