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Diario dal Borneo: l’ultimo rifugio degli orangutan

Diario dal Borneo: l’ultimo rifugio degli orangutan 19 Aprile 2019Leave a comment
Il racconto del viaggio di Michela Kuan, biologa partita per il Borneo indonesiano. Qui gli orangutan vengono aiutati a tornare in libertà.

Il problema della produzione dell’olio di palma e della deforestazione che ne deriva è ormai noto a livello globale. Intere foreste vengono bruciate, per ricavarne terreni coltivabili, con conseguenti ingenti danni ambientali e il massacro di moltissimi animali. Tra questi ci sono gli orangutan che, in aree come il Borneo indonesiano, stanno rapidamente scomparendo.

Il viaggio

Ciascuno di noi può e deve fare la propria parte per porre fine a questo sterminio, scegliendo di non acquistare prodotti che contengano olio di palma, lanciando un chiaro segnale alle industrie che ne fanno uso. Ma è possibile fare anche di più, aiutando concretamente chi ogni giorno si occupa della cura e della riabilitazione degli orangutan, contribuendo alla salvaguardia della loro specie. Ed è qui che inizia questo racconto… Ho deciso di partire per il Borneo e lo consiglio veramente a tutti: preparare lo zaino e andare ad aiutare chi cerca di far sopravvivere una terra che sta scomparendo e, con lei, le incredibili creature che la abitano, gli orangutan. A volte per capire gli animali bisogna entrare nel loro mondo, lasciare la follia fatta di cemento e plastica e farsi guidare solo dai loro occhi. Queste scimmie, che condividono con noi animali umani circa il 98% del DNA, non sanno difendersi se non con la propria forza fisica, e cadono vittime delle industrie che bruciano la foresta per creare spazio coltivabile. Chi di loro non muore ustionato, tenta di scappare e viene picchiato fino alla morte. Qui, nel centro di riabilitazione per orangutan in cui mi trovo, ho potuto vedere le radiografie di animali con fratture multiple agli arti e alla schiena, lasciati agonizzare, tetraplegici, nei campi per settimane, individui con oltre 15 pallottole nel corpo e cuccioli senza dita, perché mozzate dal machete che ha reciso per sempre il legame con la loro mamma. Fortunatamente, qualcuno di loro sopravvive e viene accudito da persone meravigliose che dedicano ogni energia affinché questa specie non scompaia per sempre, lavorando senza sosta per due soldi, ricoperti di fango e feci fino al collo, senza mai perdere il sorriso né lamentarsi, pur vivendo in condizioni proibitive, dentro baracche senza nemmeno acqua corrente.

Il racconto del viaggio di Michela Kuan, biologa partita per il Borneo indonesiano. Qui gli orangutan vengono aiutati a tornare in libertà.
Foto @Borneo Orangun Survival Foundation

La riabilitazione degli orangutan

La riabilitazione di primati complessi come gli orangutan è un percorso lungo, fatto di varie fasi, che inizia con un primo stadio in cui gli animali entrano in contatto, mai diretto, con l’uomo, che fornisce loro frutta, semi e giochi con cui passare il tempo, per poi arrivare a uno stadio successivo in cui hanno a disposizione un’enorme zona recintata dove devono imparare a cavarsela da soli. Infine, l’ultimo passo: il rilascio in natura, un’operazione che richiede alle associazioni che difendono gli orangutan di affittare estese aree di giungla per oltre 60 anni, in modo da avere, almeno per un po’, la certezza che queste non vengano distrutte. Affinché gli animali possano essere rilasciati in queste aree, inoltre, occorre trasportarli in gabbie attraverso la foresta, camminando per giorni con solo un po’ di riso da mangiare e un’amaca su cui passare la notte. Per noi occidentali, persone di città, è inimmaginabile quanto sia assordante, buia e umida una giungla. In meno di due ore passate lì dentro ho avuto il piacere di conoscere molto da vicino tarantole, formiche velenose, nuvole di zanzare, vespe grosse quanto un dito, una buona varietà di sanguisughe. Ma tutta questa fatica viene ampiamente ripagata dall’espressione degli oranghi quando tornano a casa: un ultimo grido di libertà e corrono lontano senza voltarsi…
La cosa incredibile è la quantità di arricchimenti che ogni giorno dobbiamo creare in modo da tenere attiva la curiosità degli animali, costruendo tubi con le canne di bambù o usando legno forato in cui spalmare porridge e cospargerlo di semi e pop corn… proprio così, vanno matti per i pop corn e per i datteri… come dargli torto!
In queste “riserve”, circa 200 oranghi vivono liberi in grandi spazi delimitati soltanto da corsi d’acqua, perché non sanno nuotare. Purtroppo però una ventina di loro è costretta in gabbia e ci resterà per sempre. Infettati dalla tubercolosi umana, infatti, questi orangutan non potranno mai essere rilasciati: un’altra violenza frutto del dominio senza scrupoli della nostra specie. Questi oranghi mi svegliano all’alba con le loro urla, possenti maschi che gridano la loro triste esistenza e che la sera siedono apatici, tossendo come malati nelle corsie di un ospedale. Ma gli abusi operati dall’uomo non si fermano qui: gli oranghi continuano a essere ridicolizzati per i turisti nei circhi e negli zoo, vengono strappati dalle madri per fare fotografie e addirittura depilati per essere sodomizzati, un’immagine così terribile da riempire i miei incubi per giorni.

Un ricordo da portare a casa

Tra i ricordi più cari che mi porterò a casa c’è l’ora del tramonto, quando, dopo aver raccolto giganti foglie di zenzero, le portiamo agli oranghi in gabbia, mentre loro allungano le mani fuori dalle sbarre, aspettando impazienti il loro piccolo dono. Usano le foglie per crearsi un giaciglio per la notte, e ogni giorno preparano un letto diverso, formando materassi di foglie intrecciate. È commovente guardarli sistemare minuziosamente ogni singolo stelo, per poi sdraiarsi soddisfatti su un fianco e chiudere gli occhi. Mai le mie parole potranno esprimere quanto questi animali siano simili a noi: osservarli toglie letteralmente il fiato, mai riuscirò a dirvi quanto solo qui ci si senta realmente umani perché si vede riflesso nel loro sguardo il nostro passato, presente e futuro.
Un ultimo pensiero è dedicato agli orsi della luna, anche loro ospiti del centro in cui mi trovo. Ogni animale arrivato qui ha una triste storia alle spalle e i più difficili da recuperare psicologicamente sono quelli che hanno passato anni negli zoo: continuano a camminare avanti e indietro in una minuscola area, anche se ora hanno un’intera collina a disposizione, perché ormai il loro cervello si è adattato agli orizzonti angusti della prigionia. Ho passato ore meravigliose a nascondere marmellata negli incavi degli alberi e a fare loro la doccia, mentre si alzano su due zampe grattandosi la schiena sotto il getto dell’acqua e scuotendo il loro “lardoso sederone”; li ho sempre visti in immagini agghiaccianti relative all’estrazione della bile, ma è così che voglio ricordarli: felici mentre corrono sugli alberi in cerca di una ghiotta sorpresa.
Tra poche ore lascerò questo spicchio di mondo e oggi è davvero una triste alba avvolta nel fumo. La nebbia arriva dalla foresta in fiamme, che brucia da giorni per mano di uomini senza scrupoli che perseguono denaro facile, dalle conseguenze devastanti. Mi pervade un senso di amara impotenza e ho la costante sensazione di lottare contro i mulini a vento, come se dovessi affrontare un plotone di esecuzione, armata solo di un ramo. Eppure, nonostante le difficoltà, è necessario lottare con determinazione e cercare di far aprire gli occhi alle persone, in ogni angolo del mondo: chilometri di giungla stanno bruciando da giorni e sui quotidiani italiani e internazionali non c’è traccia della notizia!
Non abbiamo nessun merito nell’essere nati o cresciuti con la pelle chiara o in un Paese ricco, ed è nostro dovere aiutare chi ha meno possibilità soprattutto se sta lottando per difendere la propria terra e tutto ciò che nasce da essa.
Spero che, leggendo queste parole, qualcuno di voi, decida di mettere un paio di scarponi e dei guanti spessi nella valigia e di partire come ho fatto io, perché non servono né denaro né particolari conoscenze per lottare per la salvezza del nostro Pianeta, solo il desiderio di aiutare questi esseri meravigliosi e le mani per lavorare.

di Michela Kuan, biologa

Borneo Orangun Survival Foundation
Phone +62(0)251.831.4468/831.4469
bos_komunikasi@orangutan.or.id
http://orangutan.or.id/

Foto di copertina @Sofyan efendi/Shutterstock

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